elysium, Privata

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view post Posted on 20/1/2024, 13:17
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Maledì tutti, dal primo all'ultimo, e incautamente si crogiolò in un tormento che mai avrebbe creduto appartenergli. [...]
«Che la vita fugga questo luogo.»

di narcisi e di fiamme, frammento


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elysium
the abode of the blessed after death
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hogsmeade
Le rune sacre non mentono, il biancospino è un presagio, il tramonto infiamma il futuro. I tarocchi si sgretolano tra le mani, la carta è bagnata dai raggi del sole e del tempo. I fumi — respiro della capnomanzia — invadono i polmoni, mi fanno violenza. Tossisco una, due, tre volte. Infinite volte, infiniti mondi. I sogni si fanno partorienti di demoni in corsa, e io fuggo, fuggo lontano. Talvolta è un gioco, un nascondino: io, in tana di memoria, alla mercé di me stesso. Altre è una caccia, una preda facile: io, in trappola, stretto alla rete del passato. Quasi mi fa ridere, tutto questo. La mia è una cornice fittizia, tanti manufatti che l'Oltre tenta d'avvinghiare e che io, invano, considero alleati. Ma non c'è collaborazione, per me. I tarocchi, le rune, l'incenso — tutto è sacrilegio, tutto profana il mio volto.
Ad un passo, di continuo, mi inseguono mostri. Credono ingenuamente di scappare il mio sguardo, di celarsi a me. A me, Viaggiatore del tempo. Spesso, in ferocia, mi lascio braccare. Catturatemi, invito loro. Catturatemi, vi prego. Eppure, sono lenti. Più lenti di me, più lenti dell'Occhio. Si affaticano, ombre, spettri, capannelli di cerberi. Non mi raggiungono, non del tutto. Hanno artigli affilati, stridono lungo il cuore e giù, in animo spento. Chiedo loro — in litania, oramai — di essere astuti, di ferirmi una volta e per tutte, e poi lasciarmi in definitiva in pace. Non accade mai. Alla fine vanno via, in processione.
E tornano, tornano, tornano. Torna tutto, in me. Il mio cuore è un campo d'arresto, è un cimitero: s'adagiano le orme trascorse, e le identità di chi perduto, di chi affranto. Sono memorie, e sono cristallizzate in perpetuo. Vorrei essere più scaltro di loro.
«Che la vita fugga questo luogo.» Mi è facile volgermi indietro. Se chiudo gli occhi, ripristinare il passato è un tormento cui sono avvezzo. Così rivivo il momento, per intero: le fiamme solleticano la pelle, ardono in ferite di carne e di sangue; la camicia si fa pezza, si macchia del dolore e della cenere; la pietra si fa viva, sotto il passo incerto. E tutti, tutti, tutti si spengono, l'oblio dei sensi addolcisce la morte. Sono di fronte il Palazzo, ora. I cinque piani divelti, le rocce infrante; i vetri di finestre che hanno svelato l'orrore dell'Ardemonio, e il pianto degli spettri che tuttora s'aggirano sotto le macerie di cristallo. Rivedo i Caduti, l'uno dopo l'altro. Chi si getta dall'alto, chi s'imbatte al grido delle fiamme. Stride, di nuovo, l'eco delle maledizioni — statue di cera, serpenti di fuoco, bambini già dispersi. Sono di fronte il Palazzo, ora. Ed è come se non fosse trascorso neanche un giorno, neanche un istante di più. L'edificio è un memoriale, alla rinfusa verso la piazza centrale del Villaggio di Hogsmeade. Come un gigante silente, s'attorciglia in resti — di pietra, di lacrime, di sofferenza. C'è una targa, sospesa a mezz'aria da un incanto gentile: è una sfilza di nomi, un necrologio continuo. I morti, i dispersi, i prigionieri — inchiostro d'epilogo.
Girano molte voci, sull'edificio. In molti si chiedono perché resti intatto al ricordo, perché non sia stato completamente dissotterrato; le ricerche sono continuate per mesi, la pietra è stata sferzata da potenti sortilegi del Ministero: nessuno, più nessuno. Chi poteva essere salvato è stato salvato, e i cadaveri... sono stati portati via, in silenzio. Non c'è altro, in questo palazzo. Oltre il ricordo, non vale nulla. Qualcuno dice che non si riesca a smuovere la roccia, che i tentativi siano stati futili; forse è dimora di fantasmi, di notte si sollevano grida, singhiozzi e singulti. Oppure è una scelta consapevole, a riprova di quanto accaduto. Quasi non vi si fa più caso, in effetti: i detriti sono stati occultati da statue e targhe commemorative, con aiuola fiorita e cartelli di vario genere. Girano molte voci, al riguardo. Tutti concordano, però, sul fatto che il palazzo sia stato... maledetto. La vita fugge questo luogo.
Chissà. Potrei essere stato io. Io, che ora vi entro. Il cappuccio calato, la corona di biancospino tra le mani. Io, che scavalco la targa, la statua, le prime macerie. Entro in palazzo, in solitaria. A mio rischio e pericolo, come in condanna. Questo luogo trattiene l'arcano del tempo. Trattiene anche te, Narciso. Sei tornato, nelle mie visioni. E io ti cerco, dove l'ultima volta ho potuto trovarti.

Cammini tra i Campi Elisi.
E io ti inseguo. Io, che ho maledetto questo luogo.
Che tu possa benedire il mio passo.

 
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view post Posted on 20/1/2024, 15:40
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Un lampo di luce verde accecante, un guizzo e un tonfo, il grido strozzato che non raggiungerà mai le corde vocali, lo smarrimento e il vuoto.

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Non ero ad Hogsmeade quel giorno.
Se ci fossi stata avrei assistito impotente allo svolgersi degli eventi, alla distruzione del fuoco che uccide e l’udito sopraffatto dalle urla della gente.
Ero lontana dal villaggio scozzese, ma ricordo bene che cosa stessi facendo mentre l’esistenza di quelle persone tramutava in fumo e cenere: mi trovavo nell’agiatezza di una vacanza, senza pensieri né rimpianti. Vivevo la mia vita come se fosse infinita e nulla potesse stravolgerla. Serate interminabili e il pensiero del primo turno al negozio la settimana imminente. Sarei tornata ad Hogwarts il giorno successivo, avrei svolto i miei doveri come al solito e appreso quanto più avessi potuto. Gli anni di scuola, me ne rendevo conto allora come oggi, sono importanti e sottovalutati: fuori dalle sue mura siamo solo numeri.

Eppure, i racconti di quel giorno mi hanno accompagnata e resa ancor più guardinga: non pensavo che il mondo fosse rosa e fiori, ma ero convinta che Hogsmeade fosse un villaggio dove - dopotutto - non sarebbe mai potuto accadere niente fuori dalla norma. Invece, le notizie sui giornali avevano tratteggiato quegli eventi come un disastro inaspettato, uno spartiacque tra un prima e un dopo che non avevano un vero inizio, ma avevano di certo una fine.
C’erano stati morti, tanti - troppe le vite spezzate quel giorno -, e feriti.
Non potevo fare a meno di pensarci passando davanti alle vestigia di quell’evento storico che io, nella mia fortuna, avevo visto accadere senza tangermi. Il Palazzo si ergeva a stento sulle proprie fragili fondamenta, il Ministero aveva reso onore ai caduti e agli eroi di quel giorno, ma io riuscivo soltanto a vedere la civiltà sfumata in quei resti anneriti dal fuoco.
Come si poteva arrivare a tanto?
E poi ricordo Carter. La sua morte in un vicolo di quello stesso villaggio. Davanti a me, pietrificata dalla paura e impotente come quel giorno d’estate a chilometri di distanza. Ed ecco allora la risposta alla mia domanda: non c’è nessun luogo e non esiste un tempo che siano immuni alla malvagità e alla crudeltà; l’ho imparato a mie spese, perché il buono può diventare cattivo in un secondo ed io ne sono la prova.

Cammino, dunque, a passo lento come se avessi tutto il tempo del mondo quando so benissimo di avere i minuti contati. Sento che succederà qualcosa a breve, ma non so di che cosa si tratti e istintivamente il mio pensiero va oltre i confini del villaggio, oltre la Scozia e oltre il mare che separa questa casa da quella in cui sono cresciuta. Ogni negatività, per assurdo, ha lì le sue radici e non c’è modo o soluzione perché i miei pensieri non siano proiettati in quella direzione con la paura viscerale di essere lontana quando la fine si avvicinerà inesorabile.
Conosco i miei limiti e so che la mente è un vano spazioso in cui ogni sensazione e timore trova alloggio, a volte scomodo, ma durevole nel tempo. So che sono solo paure con le radici affondate nel terreno fertile della mia immaginazione e del mio passato, ma il futuro non mi è mai parso tanto incerto come in questo momento.
Mi sentivo sicura ad affidare a Connor la verità, tutta quanta dall’inizio di quella storia alla fine, ma adesso è tornato quel sentimento di impotenza che mi impedisce di dormire e mi fa crollare in qualsiasi altro momento della giornata. Non sono neppure gli attacchi di panico a darmi contezza di quanto - davvero - io stia male. E’ l’insieme delle cose che non dico e delle azioni che non compio, delle lettere che non scrivo per paura di avere una risposta che non mi piaccia e delle persone che non frequento per il terrore di invischiarle - ancora - in qualcosa di troppo grande e incomprensibile.

Cammino per svagare la mente, lo faccio di giorno quanto di notte e mi celo dietro la spilla che porto per non subirne le conseguenze. Resto fino a tardi nell’’Ufficio dei Caposcuola, studio quel poco che riesco e non mi importa se i miei voti peggiorano. Tra qualche mese sarò fuori di qui - M.A.G.O. permettendo - e non dovrò più rendere conto a nessuno dei miei successi e dei miei fallimenti. L’unico giudice sono io e tanto basta: la giuria sarebbe inclemente e quel ruolo spetta comunque a me.

I miei passi mi portano al villaggio e ripercorro quelle strade che mi hanno resa quella che sono: alla ricerca del Bene ho perso la via e non so più come ritrovarla. So di essere nel giusto anche se il confine è labile e mi convinco che non dovrei giustificarmi con nessuno, ma ne ho il bisogno viscerale quanto lo è quello di respirare.
Il panico mi ha insegnato che respirare è importante, ma che non sempre riesci a fare le cose più semplici: fare colazione in mezzo alla gente, conversare come se la vita fosse una linea retta senza curve né interruzioni, come se il futuro fosse qualcosa di lontano, ma in realtà è già successo. Non mi curo degli altri perché non riesco a gestire me stessa, eppure, quando scorgo quelle spalle e quel capo chino, quei capelli scuri e la figura che da troppo tempo non vedo e ho cercato di ignorare, non posso fare a meno di incuriosirmi e seguirlo.
Mi porta in quel luogo che sa di Morte e Disperazione, dove io non sono mai stata e lui, invece, ha perduto ogni cosa.

Di storie ne sono girate tante, su di lui e su quanto è accaduto quel giorno. Di Oliver so soltanto che ha sofferto fisicamente ed emotivamente, che si è precluso ogni gioia e la contemplazione della vita semplice.
Piango l’amico che ho perso, che ho abbandonato per la paura della verità pronunciata dalle sue labbra, e piango l’anima gentile che ci ha fatti avvicinare quel giorno di ottobre nei giardini della scuola.

Lo seguo, anche se non voglio che mi veda, e gli resto a distanza. Ho troppa paura che la mia vicinanza possa turbarlo al punto da provocare un crollo che non è solo quello dell’anima. So che cosa significa andare in pezzi e non so se sono pronta ad assisterlo come merita.
Quando scavalco il muretto e le insegne del Ministero lo faccio con un desiderio misto tra il voler recuperare una parte del mio passato e cercare una soluzione per il futuro.

Rivoglio l’amico di un tempo e non so se lo troverò tra le macerie di quel luogo maledetto.

 
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view post Posted on 20/1/2024, 17:20
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Si dice che l'orrore non abbia volto unico, che non abbia forma solitaria. Ogni incubo è versatile, spoglia e trasforma tutto di sé. L'ho compreso io stesso, sulla pelle. Il modo in cui gli occhi s'ottenebrano è un'avvisaglia, poiché di qui a breve il mondo appellerà i dannati. Il vento è tetro, greve del mio sospiro dapprima silenzioso, poi sempre più spezzato; non ho macinato che pochi passi, eppure il peso del luogo mi si abbatte contro e il cuore si ritorce come in protesta. Dovrei scappare, fare marcia indietro. Dovrei abbandonare questo sentiero di morte, e tornare alla piazza ridente — Hogsmeade è maledettamente bella, ancor più al meriggio. Il tramonto è una corona di fuoco, dietro di me. I raggi splendenti carezzano la mia schiena, infondono un tepore che resta maldestramente in superficie; il sole s'arresta, incapace di procedere: in parte per le macerie che lo offuscano, in parte per la mia figura d'ombra. Mi trascino come in preghiera, io che ho concretizzato ogni peccato del tempo. Forse... forse non mi è dovuto, forse non mi spetta tornare in questi confini. Io, il Divoratore, ho tradotto il futuro in presente, e l'ho macchiato terribilmente. Mentre procedo, imperterrito, le mani sfidano la pietra; trattengono polvere, come in ristagno, un'impronta d'avorio su carne pallida. Mi trascino via l'impronta del sangue, della distruzione e dell'assoluto. Io, che non dovrei profanare il riposo di questo edificio... non di nuovo, non ora. Eppure, è come se stesse chiamando il mio nome. Mi soffoca l'idea d'essere impossibilitato a coglierne ogni richiesta. Benché il mio cuore desideri ritrovare un riscatto, la mente è certa di essere colpevole. Cos'è che sto cercando?
«Ti prego, ti prego, ti prego.» La mia voce è una cantilena, un sospiro dopo l'altro. Sottile, punge in tristezza — si propaga dapprima indistintamente, poi come in refolo gelido tutto intorno. Non c'è nessuno, mi ripeto. Nessuno, oltre me. E invero, ho l'impressione di essere inseguito. Mi volgo indietro, di scatto, e non vedo niente. L'edificio è completamente crollato, a suo tempo. Ho creduto a lungo di conoscere la fine, poiché partecipe della tragedia stessa. Ma... io non sono mai entrato, qui dentro. Mi fermo, ora. Mi fermo, investito dal ricordo. Io, di fronte il palazzo in crollo. Tu, Narciso. Tu, dall'alto dei piani, affacciato alla finestra. Tu, che hai perduto l'Amato — la morte ti si è ricamata attorno, come una rete. E l'hai visto bruciare, ardere vivo al fuoco demoniaco. E io ho visto te, ho visto te perire, e pretendere che la vita finisse pure per te. Mi tornano alla mente, come flashback. Killian che muta in falco, che ti sottrae alla fine, che ti porta in salvo. E io che corro avanti, avanti, avanti. E mi getto lungo le rocce, e rovino al suolo. Ricordo Sirius, le sue braccia strette a me, la presa d'acciaio che ha stravolto l'affetto in violenza. E io che l'ho colpito, colpito ripetutamente.
Ti prego... Il mio è un canto, ora. Tremo, sotto il peso del passato. La vista mi s'annebbia, il cuore trema. Diventa una sconfitta, ancora una volta. Ho perduto tutto, in questo luogo. Ho perduto la mia famiglia, i miei amici. Ho perduto anche me, e continuo a farlo. Stringo una corona di biancospino, tra le mani. Il significato che detiene è scritto sulla pelle, in me. Vorrei lanciarla, tirarla via. Vorrei che divenisse l'ultimo omaggio alle macerie, e scappare, sparire in un battito di ciglia. Il vento torna a lasciarmi l'idea di non essere solo, non più. L'edificio forma una voragine, il tetto è ceduto del tutto e con lo stesso molte, moltissime abitazioni dei vari piani. In alto risplende uno scorcio di tramonto, un cielo dorato. Era lo stesso cielo del trentuno Agosto, penso. Intorno, le pareti resistono: è come una gabbia, quest'edificio. Sufficientemente buia, allontana da sé il cicaleccio del Villaggio. Più avanzo, più tremo. Più il mondo si fa silenzioso, più il tempo si dilata. Mi accorgo di come le Visioni stiano tornando, di come l'Occhio si tenda all'inverosimile.
Voglio... voglio perdermi. Cancellare me stesso. Il palazzo è come una porta d'Averno, mi invita a fare un passo, ancora un altro. Ma tutto è in disarmo, tutto è pericolo. Non è un luogo adibito al passaggio, affatto. Quasi scivolo via, l'attimo dopo. Non posso fermarmi. C'è qualcosa, in me, che mi impone di continuare. Davanti a me c'è un blocco di cemento, uno scheletro di un'abitazione.
«Bombàrda» La bacchetta scivola lungo la manica, la stringo fortemente tra le dita della mano. Si schianta con una forza disarmante, carica del dolore, dell'attesa, della tensione. L'esplosione rimbomba, solleva detriti, massi e schegge di pietre. Mi accorgo d'essere stato colpito a mia volta, d'essere già lievemente ferito. Il sangue scorre, macchia la roccia di basso. E io rido, rido, rido. Il Folle, il Matto, il Profeta — dietro di me un mantello di polvere. L'edificio si risveglia, e i Dannati risorgono.
 
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Che cosa ci fai qui, Oliver? Che cosa cerchi tra le macerie di un passato che ti appartiene già abbastanza senza risvegliare la coscienza?
Ti seguo e mi faccio ombra tra le ombre, sfrutto il tramonto rossastro all’orizzonte come un velo di invisibilità. Sono curiosa e ho paura di quello che sto facendo: entrare nella vita di qualcuno che si è perso, che tu stesso hai perduto, senza il suo permesso equivale ai miei occhi ad una violenza; nonostante questo procedo, perché il confine labile tra chi sono stata e chi sono adesso è sottile, ma lo vedo ancora. Sono la stessa persona a cui hai affidato il tuo Dono, l’amica per scelta che non sarà mai nient’altro se non la tua forza. E, se ci rifletto, so di non essere questo.
Un amico non ti abbandona. Un amico non rinfaccia col silenzio di essere stato parte della rovina.

Ti guardo incedere e osservare lo spazio. La miseria e la distruzione ti sconquassano il corpo e la mente.
Ti guardo e soffro per quello che vedo.
Il tuo entusiasmo per la magia era ciò che ti rendeva vivo ai miei occhi: ora non sei più il dodicenne disilluso di un tempo e il mio cuore soffre nello scoprirti tanto fragile. Pensavo che niente ti avrebbe spezzato e le nostre rare conversazioni sono state tutte talmente insignificanti da non farmi comprendere il Caos che porti dentro.
Io lo conosco quel vortice di sentimenti, emozioni ed eventi che ti trascinano tutti nel gorgo della disperazione. Affrontare ciò che il cuore prova non è semplice, non può esserlo mai. Tu, per me, sei sempre stato un riferimento anche dopo la Profezia. Ti guardavo all’altro capo della Sala Grande, ti incrociavo nei corridoi e sapevo che il solo fatto di vederti fosse per me fonte di conforto. Dopo quella sera alla Torre ci siamo evitati. Tu non sapevi che cosa avessi fatto per allontanarmi, ma io… io non potevo sopportare la tua vista. Eri diventato il mio peggior nemico senza volerlo, strumento di violenza e morte senza averne la percezione.
Cordelia, ora lo so, mi ha portato via anche te.

Mi nascondo dietro una colonna annerita e semidistrutta dall’Ardemonio poco prima che ti volti all’ingresso. Ho calpestato calcinacci e sassolini nel mio incedere furtivo e, forse, ho attirato la tua attenzione. Mi pento di quell’invasione nel tuo dolore personale, ma non posso fare altrimenti: ho aspettato troppo tempo, pensando fosse la cosa giusta, per scusarmi con te.
Ti ho pensato tanto, mentre eri infermo dopo il Ballo delle Rose e delle Spine.
Sono venuta almeno venti volte a trovarti, ma tra il tuo stato d'incoscienza e la mia codardia quando ti sei svegliato, non siamo mai stati soli abbastanza per poter parlare di noi. Di quell’amicizia sgretolata come le pareti di questo edificio.
Ho paura a riaffacciarmi, temo mi scorgerai e scapperai pensandomi come un fantasma del tempo passato tornato per tormentare il tuo presente. Non voglio che lo pensi. Ognuno ha la sua croce - direbbe qualcuno - ed io non voglio essere la tua.

I tuoi passi riecheggiano nello spazio vuoto e allora sbircio per scoprire dove sei. Ti sei fermato, ancora, davanti a un blocco di cemento. Lo guardi, ma non so che cosa vedi. Un tempo, forse, l’avrei saputo.
Poi l’incantesimo e l’esplosione. Altri detriti ruzzolano tutto intorno e ti sento ridere.
Forse sono arrivata tardi, penso, per darti qualcosa per cui valga la pena restare.
Solo ora mi accorgo di quanto tu sia vicino al limite e pronto a saltare nel precipizio che hai davanti.

Inspiro, faccio scivolare la mano sulla bacchetta di salice, ed espiro prima di rendermi palese.

«Oliver.»

Ti chiamo e lo so che la mia voce ti richiamerà ad un tempo e un luogo di pace: la casa dei tuoi nonni, la grande festa e noi, ragazzini felici, a cantare carole di Natale.

Non ti ho dimenticato e tu non hai scordato me.
Ho paura, però, che tu ti possa voltare e non riconoscermi.
 
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Sento il battito del cuore talmente incessante da accavallarsi al frastuono intorno. Mi lancia una fitta continua, una dopo l'altra, come a sottrarmi al presente. Trabocca della solitudine che mai, neanche una volta, ha svelato compassione per me; è un macigno, uno più grande delle spoglie dell'edificio. Cos'è che mi ha portato qui, mi chiedo. Avanzo di un passo, oltre un arco che ha il prezzo del pulviscolo. Avanzo, in marcia. Divento un soldato, un ufficiale, un giustiziere — la vita mi ha reso altri, al di fuori di me. Cos'è che mi ha portato qui, mi chiedo ancora. A lungo ho creduto che l'edificio, questo, potesse avere più risposte in attesa. A lungo ho avuto l'idea, ingenuamente, di poter ritrovare perfino me stesso tra questi confini. Il punto, però, è altrove: Hogsmeade non risponde alle mie richieste, e la mia è la voce dell'abbandono. Il volto granitico si spezza, alla fine. Dapprima è un'implosione ridente, in extremis. Ricordo le gesta mitologiche, un figurante di un racconto del focolare — Cassandra, che impazzisce e perdura in solitudine oltre le rovine di Troia; oppure Tiresia, che invoca perdono all'oblio della vista; e altri, altri come loro, altri senza loro.
«Ti prego, ti prego...» Pregare. Tu, bambino. Chi stai pregando? Mi scopro volubile, in ogni modo. Il corpo è infine violento, tergiversa lungo un sentiero che trasfigura un patibolo. Forse... forse è così, già. Forse è così che deve andare. Ho... ho l'istinto di procedere. Oltre l'imbuto d'ombra che si è realizzato, in esplosione. Oltre la roccia, oltre l'edificio. Potrei finirla. Potrei finirla qui. Cadere. Rovinare. Eludermi. Il mio è un viaggio che non ha avuto fine, i Campi Elisi potrebbero accogliere anche me. Ovunque, il tremito di una lucidità che mi è nuova, e che mi spaventa profondamente.
Potrei... potrei. Potrei farlo. Questa è la prima volta che effettivamente evochi la fine, per me. Io, che ho accolto il tempo. Io, che ho lottato contro il tempo. Il presente è un miraggio, dopotutto lo è sempre stato. Mi basterebbe così poco, e diventerei parte dell'edificio, parte del tutto. Non è questo il destino che mi attende?
Oliver. Chiami il mio nome. Tu, l'Oltre. Tu, che riverberi in memoria. Il cuore ti riconosce prima del cumulo di pensieri in rivolta, incocca un dardo che mi trafigge irrimediabilmente. In principio ho il presentimento si tratti del dormiveglia, della danza degli spettri del passato. Magari è opera del luogo in cui mi trovo, che matura un atto salvifico verso di me. Non riesco ad afferrare le mie sensazioni, è un tumulto che mi volge a te. E salgo alla Torre d'Astronomia, oltre il firmamento di stelle e pianeti di una notte destinata a spegnersi; e catturo il ghigno dei randagi, di lupi, di notturni; e rivivo il distacco, e poi la gioia di una tavola imbandita, e poi lo scontro di un monopattino, e poi, e poi, e poi. Tutto è in confusione. Non c'è un tempo solo. Tu sei il tempo.
«Thalia.» Quand'è stata l'ultima volta che ci siamo incontrati, da soli? Quand'è stata l'ultima volta che abbia pronunciato il tuo nome? Negli anni non ci siamo perduti di vista, non in senso letterale. Ronde, riunioni, incontri al Castello, all'Aula Abbandonata, e tanto, tanto altro. Eppure, è come se fossimo stati conoscenti. Io, te, il Futuro che avremmo potuto costruire. Tu, che sei stata tra le mie amicizie d'esordio più importanti e preziose. E tu, che hai conosciuto — di me — l'eredità da Veggente, per prima, e sola. Dove sei stata, ho pensato. Dove, dove sei stata.
E, soprattutto... perché sei stata via da me? Le rocce, infine, tentano di assestarsi dietro di me. L'esplosione si estingue, assuefatta al silenzio che ci circonda. Eppure, io vorrei gridare. Vorrei gridare il tuo nome, e gridarti ogni mia repulsione, ogni mio affetto. Perché è questo che mi frega, Thalia. Ed è questo il paradosso che mi trascino dietro da anni, come in vedovanza. Tu mi hai fatto del male. E io vorrei odiarti, vorrei odiarti con tutto me stesso — per avermi lasciato solo, per aver avuto paura. Paura di me, paura di noi. Ti punto la bacchetta contro, io... io che non ho mai fatto male, volontariamente, a nessuno. Io ti punto la bacchetta contro, in minaccia. Ho il volto che è una maschera di tenebra, scalfito dal sorriso di chi pecca di senno. Intorno a me, in incanto, si sollevano massi, detriti e schegge di pietra. Formano una corona, come un sacrificio. Ancelle, queste, che mi si sparpagliano attorno. Pronte a scagliarsi.
«Perché sei qui.» Non ti chiedo come.
Ti chiedo perché. Perché ora.

 
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Me lo sono chiesta che cosa sto facendo.
L’ho fatto non appena il mio corpo ha seguito la forma della colonna e ha riportato il mio sguardo su di te.
Vedo nei tuoi occhi tutto quello che ti ho fatto passare in questi anni di mezzi silenzi e poca onestà, la percepisco quella voglia di farmi del male solo per farmi sapere come ci si sente veramente. La tua voce è una vibrazione che si espande nello spazio e mi raggiunge, mi trafigge e fa barcollare. Mi fa male vederti così e so che non sono solo io la causa del tuo vivere.

Dimmi quello che vuoi, Oliver, ma sono qui. Non torno indietro nemmeno se me lo dovessi ordinare.
Troppe volte ho ignorato il tuo sguardo nelle tante occasioni in cui una parola avrebbe potuto fare la differenza e ho bisogno che tu sappia che non sei diventato invisibile ai miei occhi. Non hai colpe, se non quella di essere nato con un dono difficile da gestire e la pazienza di imparare a farlo. Lo so che la curiosità che ti spingeva a saperne di più, a capirla meglio questa possibilità che la Vita ti aveva dato, alla fine ti ha lasciato solamente l’amaro in bocca. Hai gridato la verità scomoda, quella che fa paura e uccide, e adesso credi di essere solo. Vorrei dirti che non è vero, che ci ho dovuto passare del sale su quelle stesse ferite aperte prima di capire che ero io il problema e non la tua Profezia.
Quelle parole, quella sera, erano solo parole. Un messaggio in rima, un significato funesto a cui io - io sola - ho dato seguito. Eppure, l’esito di quel monito non si è avverato, non ancora. Potresti aver sbagliato e non saperlo. Sento il bisogno di dirti che non l’hai fatto, ma ho paura tu possa fraintendere ogni cosa.
Ho paura che quella bacchetta - che adesso mi punti contro - sia il modo in cui le cose tra noi potrebbero finire.
Sarei finita io, inerme su questo pavimento, e lo saresti anche tu. Il senso di colpa ti ucciderebbe più di tutta la rabbia che stai provando.

Io ti conosco.
So chi sei.

Sei il ragazzino che mi ha accolto e fatto sentire accettata, quando pensavo solo ad infilare il naso nelle pagine di un libro. Sei l’anima delle cose che fai e hanno un impatto benefico su chi ti sta intorno. Eppure queste cose non le sai. Non te le ho dette mai, mai abbastanza o forse semplicemente le ho date per scontate.
Perché parlare di quello che sei quando il mondo corre a velocità doppia, quando tutto sembra andare nel verso sbagliato mi sembra ridicolo e assurdo; ci sono cose più importanti, penso, e stare per un secondo insieme a te alla fine di una riunione dell’Esercito o dopo un esercitazione è qualcosa che potrei fare in qualsiasi momento.
Invece no. Non sapevo come affrontarti ed ho lasciato, semplicemente, perdere.

Sono qui perché sono stata un’egoista e una codarda, ultimamente lo sono spesso, ma adesso che ti guardo mi vedo riflessa nelle tue emozioni e provo soltanto vergogna.
Ti meritavi di meglio.
Sollevo il palmo sinistro e mi chino ad appoggiare la bacchetta sul pavimento. E’ folle, lo so, sperare che non mi attaccherai in memoria dei tempi andati, ma credo in te. In quello che sei oltre il groviglio di traumi e paure che porti con te.
Mi rialzo, faccio un passo avanti, le braccia lungo i fianchi e ti dono la verità che ho nascosto persino a me stessa fino a questo momento.

«Perché provo vergogna.»

E mi manca l'amico incantato dai Fuochi Fatui penso.

Questo, però, non te lo dico.

 
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Non ti biasimo, se scappassi via. Tornare indietro, ora più che mai, non diventerebbe un passo di codardia. E io, abituato alla solitudine, lo comprenderei... forse, in qualche modo, lo accetterei pure. C'è un disegno che mi è stato cucito addosso, come seconda pelle: un'eredità — la Vista — ch'è stata fardello di continuo, fin da bambino. In effetti, Thalia. In effetti è questo il cruccio che mi destabilizza, fin nel profondo. Ho perduto altri, prima di te. Ho perduto altri dopo di te.
Eppure, sei stata il punto d'esordio, il mio principio. Tu hai rappresentato il Cambiamento, per me. Lì, alla Torre, ho avuto il coraggio di parlarne, di svelarti tutto. Io, che ho creduto di non poter più essere compreso. Io, che ho percepito la mia eredità come segreta, tra le mura della mia stessa famiglia. Ricordo tutto, di quel giorno. Ricordo il modo in cui abbia pronunciato parola, ricordo il soffio della notte. Ricordo il velo d'ombra, repentino, che ha disintegrato l'aspetto concitato della rivelazione. Io, Profeta, ho maledetto anche te. Non credere che non abbia accusato me stesso. A lungo ho pensato d'essere stato io, all'origine dell'incubo. Io, che non conosco più nulla di te — oltre le voci, i successi, le glorie che ti omaggiano in tempo. Io, che vorrei chiederti... tante, tantissime cose. Se la Profezia sia giunta a compimento, se i Centauri ti abbiano lasciato in pace, se tuo nonno ti abbia più raccontato dei Brior, di noi, delle nostre cene luculliane. Vorrei chiederti tutto, Thalia. La banalità è un pregio, tuttavia, che non ci è più dato. Quand'è che siamo passati ad essere perfetti sconosciuti, io e te? Certo, ho ritenuto d'esserne autore, d'essere stato io ad aver macchiato il nostro affetto, la nostra amicizia. Io, che ti ho gettato in pasto al tempo, al Futuro. Se chiudo gli occhi, catturo il ringhio dei lupi, il tremito d'ali dei corvi. Io, il Tramite. Non sono stato altri, per te. Non ho mai afferrato il senso della mia voce. E tu, Thalia. Tu l'hai mai saputo? Hai mai pensato che io, soltanto un ragazzino, non avessi modo d'arrestare una forza più grande di me? La colpa è diventata condanna, e il silenzio ha inglobato tutto. Eccoci, allora. Io, te, la voragine — cos'è che siamo diventati, mi chiedo.
«Io non sono cambiato.» Invece sì, penso. Lo sono, lo sono completamente. Eppure, il sottinteso è un altro. Io... io sono sempre lo stesso, Thalia. Detengo il tempo, mi faccio portavoce — a mio rischio e pericolo. Non ho scelto, vorrei gridarti. Vorrei averlo fatto già addietro, e vorrei aver insistito. Vorrei aver avuto l'audacia di cercarti.
«Quello che ci ha allontanati è sempre parte di me, Thalia. Ora più che mai.» Le pietre sferzano il vento, in impazienza. Vorrebbero scalfire il momento con tutta la forza dinamica della magia cui s'affidano; vorrebbero spezzare l'asfissia che le imprigiona in stasi, e colpire, colpire tutto. Colpire anche te. Invece, si fermano. E cadono via, una dopo l'altra. Diventa una cascata che solleva polvere, una nube impalpabile.
«Guardati attorno. Questo è opera del mostro che ti è di fronte.» La mia voce è delicata, vive dell'essenza degli spettri. Quasi fa fatica a sollevarsi, a raggiungerti oltre. Tu, più di chiunque, potresti comprendere il senso dietro la confessione. E tu, più di tutti, potresti fuggirmi. Non ti biasimo, Thalia. Non più. La verità è che il mio diniego, per te, affondi in affetto. Io, che ti ho affidato parte di me. Io, che ora mi volgo indietro. E ti lascio, scavalcando una pietra, e un'altra. In una mano la bacchetta, in una mano la corona di biancospino. Il mio sacrificio è appena cominciato.
Torna indietro, vorrei dirti. Torna indietro.

 
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Riconoscere i pensieri che ti attraversano la mente mi fa male. Non mi serve attingere alle mie capacità per sapere che cosa ti frulla nella testa, non ora che vedo chiaramente che cosa stringi nell’altra mano, quella abbandonata lungo il fianco. La corona di spine che indossavi quella sera. La sera in cui hai pronunciato la profezia.
Io non c’ero, nemmeno in quell’occasione, ma so che la Vista ti ha lasciato un ricordo indelebile, prima ancora che l’evento in sé accadesse. Cicatrici su cicatrici, non è così? Siamo fatti entrambi di questo, noi due, per motivi diversi, ma legati a doppio filo.

«Oli…» sussurro e ti riconosco, mentre ti addossi colpe che non hai, proprio come riconosco me. Anch’io mi sono accusata di tutto senza aver fatto niente, se non alla fine. E nessuno ha potuto confortarmi o rassicurarmi, perché nel processo di autodistruzione che hai innescato involontariamente ho finito per non avere nessuno - davvero - che potesse capire che cosa stessi provando. Siamo simili, tu ed io, lo siamo sempre stati e rinnegare quello che siamo è lo sbaglio più grande che abbiamo commesso.

Nel tempo in cui ti volti e prosegui per la tua strada, la sensazione di impotenza che ho provato fin dall’inizio di questo nostro incontro svanisce: viene sostituita dal terrore, perché ho visto un’ombra attraversarti gli occhi e non mi è piaciuto quello che ho visto. Il sangue che ti cola dalle ferite inferte dai detriti, lo sguardo vuoto… conosco i segnali. Li ho temuti per Nieve, ma ha trovato il modo di sopravvivere - a modo suo, ovviamente -, ma li ho considerati anch’io, per me, dopo Bath. Ero sfinita, stanca di lottare contro qualcosa di più grande e l’ho considerato per un nanosecondo, ma ci ho ripensato. Diamine, sono troppo affezionata a questa vita - anche se mi delude più di quanto vorrei - e non posso permetterti di abbandonarmi. Così ti lascio andare avanti, raccolgo la bacchetta e ti seguo.
Dopo tutti questi anni, anche se non siamo stati più noi, non puoi pensare che ti lasci così.

«Oli no-non…» vorrei di dirti di lasciar perdere, che non vale la pena soffrire così per qualcosa che non puoi controllare e che, forse, è meglio seguire il flusso degli eventi restandone in disparte. Che non sempre ciò che Vedi è un male.
Scavalco il cemento e sono di nuovo con te, ci separano solo pochi metri, ma mi sembrano molti di più. Perché non è lo spazio a separarci, ma lo stato mentale. Io ho superato questa cosa, tu invece no, e penso a come posso aiutarti a farlo, a tornare quello che sei sempre stato. Devi accettarti per quello che sei: Oliver il Grifondoro, Oliver il protettore delle cause perse (a volte), Oliver il musicista. Oliver il Profeta. Sei quello che sei e non ci puoi fare nulla, io lo so.

Scelgo di condividere con te una parte di me, una di quelle che non conosci, una di quelle che avresti dovuto imparare ad apprezzare o disdegnare; credo sia l’unico modo per temporeggiare, darmi il tempo di avvicinarmi e levarti quella dannata bacchetta dalle mani. Devo bloccarti, ma non voglio usare la magia per farlo. Credo ancora abbastanza nella nostra amicizia per convincermi che posso fermarti anche così.

«Ho bisogno di dirti una cosa, Oli.» ti dico e mi sembra di cogliere un fremito nelle tue spalle, ma forse lo sto immaginando. «Vorrei che mi ascoltassi, anche se non me lo merito, e poi potrai fare quello che vuoi.»

Accelero il passo, quel tanto che basta ad accorciare la distanza tra noi.
So che cosa devo fare, so che cosa vuoi fare tu e, semplicemente, non posso permettertelo.

 
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Forse, mi dico, il mio viaggio era stato già predetto. Forse si è adagiato sulle carte d'oro dei Chiromanti di strada, forse si è impresso tra le foschie delle sfere di cristallo di chi, ingenuamente, tenta di pedinare il tempo. Forse, forse, forse. Potrei aver raggiunto questo luogo per un'ammissione di colpa, l'ultima — in assoluto. Ormai è trascorso così tanto dalla tragedia che, di per sé, mi sembra d'essere arrivato in ritardo, di aver rimandato l'inevitabile. Mi sono aggrappato alla vita come una furia, strappandone via ogni valore prezioso, ogni incantesimo. All'abbandono ho risposto con tenacia, con una forza che mi era cara (e conosciuta), almeno in passato. E ho visto scappare tutti voi, relegarvi al nascondiglio. Tu, Thalia. Tu hai imboccato un sentiero differente, che ti ha portata via perfino da me. Mi accorgo di essere confuso, forse... forse preda di sentimenti finalmente misteriosi, ben più del solito. Il Futuro punge, s'insinua maldestramente. Ovunque, le trame sussurrano, e stridono, e straziano tutto. Ho già violato una volta quest'edificio, prima dei tempi. Ho già violato le fondamenta, le pietre, le vite stesse che aveva saputo custodire. Intorno s'aggira una schiera di fantasmi — i morti, i feriti, gli affetti. Quasi mi spaventano. Mi colpiscono dritto al cuore, spezzando il respiro. Io, che una volta ridevo alla vita. Io, che ora mi svelo in peccato: una debolezza — questa, così presente — che s'attanaglia alle viscere, e che odio, odio con tutto me stesso. Credo... credo di non essere mai stato così, in queste condizioni. Almeno, non in pubblico. Mai, mai una volta, ho mostrato — di me — la tessitura delle mie ferite più intime. Mai una volta avresti potuto vedermi come ora, Thalia. Perché è vero, il mio corpo è stato dissacrato dalle fiamme, dai frammenti di vetro e di pietra. Ora come allora, è stato ripudiato — da me, e dal tempo. Eppure. Eppure non è mai stato tanto fragile com'è oggi.
«Crolleranno le Vite degli uni sugli altri. Alle porte dell'Oltre — amici e nemici, incautamente.» Cos'è, ora. Cos'è che disonora la mia bocca, il mio volto. Ti parlo, come in risposta alla tua richiesta. Ti parlo, io che ho costretto me stesso al silenzio. E lo faccio con un'arma a doppio taglio, con una stilettata che spezza anche me. Ti ripeto, a memoria, un estratto della stessa Profezia che ha originato il male. Chissà. L'avrai sentita anche tu, penso. O te l'avranno raccontata. Sono state dette così tante cose, su di me. Che fossi sotto maleficio, che fossi stato avvelenato. Che fossi pazzo. E folle, e perduto. Che fossi un burattino, e un artista, e un bambino in cerca d'attenzioni. Sono state dette troppe, troppe cose su di me. Nessuno, però. Nessuno ha avuto mai il coraggio di farlo direttamente, in prima linea. Cos'è che voglio sottintendere, allora? Né pietre, né movimento da parte mia. Mi fermo, il corpo leggermente piegato; il sangue stilla verso il basso, squarci sulla pelle e sui vestiti. Mi abbasso il cappuccio, a mostrare il mio volto. Carne pallida, eterea, di spettro; e borse oscure sotto gli occhi, palpebre che tremano.
«Corri un rischio, ad essermi accanto.»
Non ti dico altro. Non ti vengo incontro. Non mi muovo. Il mio è un consenso indiretto. Parlami, ti chiedo. Forse... lo chiedo a me stesso.

 
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Ti sei fermato e lo ha fatto anche il mio cuore. Per un secondo, fragile inutile secondo, ho creduto di aver perso l’occasione di farti sentire necessario. Ognuno di noi spera di esserlo, nel profondo, e alcuni lo sanno prima di tutti gli altri.

Tu non fai parte di questa categoria, Oliver, e mentre fai scendere il cappuccio dal tuo capo, mostrandomi quei capelli scuri, mi accorgo di quanto tu sia cambiato. Sei più magro, emaciato perfino, con quell’aria da malato che ci si trascina appresso quando non si ha la forza di andare oltre, superare i confini imposti dalle nostre paure; ci logorano dall’interno, scavano ferite profonde, gole eterne in cui cadiamo senza fine. L’ignoto spaventa tutti, Oli, vorrei dirti e tu - che del Futuro vedi tinte fosche - hai un’arma che nessun altro possiede.
Tu sai. Tu vedi.
E allora mi chiedo che cosa ci sia di sbagliato nella forma che la tua vita ha assunto, perché non può essere negativo ciò che ti permette di andare oltre - quell’oltre che spaventa e pietrifica - e sapere che cosa deve essere fatto e perché.

Mi avvicino lentamente a te, ma non ti opprimo con la mia presenza. Ti lascio lo spazio di considerare la mia figura, di vedere come anch’io sono cambiata. Certo, non sono smunta né appassita come un fiore che abbia fatto il suo tempo né ho perduto il senso delle stagioni che passano, ma qualcosa nei miei occhi la puoi vedere: la fatica di sopravvivere quando tutto sembra debba andare nel verso sbagliato e, invece, basterebbe una mano tesa per capire che non si è mai, davvero, soli.
Non riconosco le parole della Profezia, ma le ascolto e le faccio mie, perché questo tuo male deriva anche da quelle e non posso ignorarlo. Sono qui e te lo voglio dire, non solo fisicamente, ma anche e soprattutto con lo spirito.
Ti affianco e guardo la distruzione che ci circonda: l’Ardemonio non è stata colpa tua, Oliver. La mano che l’ha creato è la sola artefice di questo disastro. Tu, al contrario, sei il motivo per cui qualche vita è andata salvata. Vorrei fartelo capire, ma per farlo ho bisogno di cominciare da un’altra storia. Quella che hai raccontato per me, quella sera alla Torre.

«Non è successo, lo sai?» ti dico, senza guardarti, perché voglio sia tu e cercare i miei occhi. Voglio che tu trovi il senso delle mie parole, del mio peccato e del mio egoismo.
«Il corvo e il lupo non si sono incontrati.» aggiungo, trattenendo il fiato. Mi aspetto che tu dica o faccia qualcosa, anche solo muovere un muscolo di quel corpo rigido che ti appartiene da troppo tempo ormai. Ripercorro a memoria quella Profezia pronunciata per caso - o fortuna -, quella che mi ha condotto a cercare una risposta alle mille domande scaturite quel giorno. Ho incontrato Centauri e spettri di un passato che era anche il mio senza saperlo. Ho fatto cose di cui mi vergogno, ma non mi pento. Non se il prezzo da pagare è la salvezza della mia famiglia.
Finalmente mi muovo, piano per non farti scattare dentro qualcosa che potrebbe ferirci entrambi, e mi metto davanti a te, tra te e il tuo desiderio di farla finita qui ed ora. E’ il mio segreto e te ne faccio dono. Ti regalo la pace - o almeno ci provo - di sapere che hai fatto la cosa giusta quella notte. Ti sono di fronte e di guardo, ti studio e cerco di essere guardata da te come un tempo: tu ed io, discendenti di famiglie antiche ed amiche, che per colpa dei pregiudizi si sono divise. Oscar non vorrebbe che vivessimo in questo modo, non è così? Mi sembra di chiedertelo, mentre ti guardo e con dolore - quasi fisico - mi rendo conto di che cosa ti è successo. Le ombre sotto agli occhi sono solo una parte di quel fardello che porti dentro.

«Stiamo bene, Oli.» le labbra si arricciano in un sorriso rassicurante «I Moran stanno bene. Noi stiamo bene.»

Te lo ripeto e lo farò finché quel messaggio non ti resterà marchiato a fuoco nell’anima. Hai fatto la cosa giusta, Oli.

«Ci hai salvati.» chioso alla fine, facendo un passo avanti. Ci separa mezzo metro, forse meno, ma quello che conta è che nella penombra tu veda me, il risultato raggiunto, e il mio pentimento.

«Mi vergogno di non avertelo detto prima. Meritavi di saperlo più di chiunque altro, ma… all’inizio non potevo. Non… riuscivo. Avevo paura, ma adesso…» sto mentendo, ma tu non lo puoi sapere «Adesso non ne ho più.»

La verità è che ti serve una scusa per andare avanti con la tua vita, di sapere che per ogni caduta c’è una possibilità di rialzarsi. Io sono la tua possibilità, Oli.
Ti prego, coglila.
 
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Quasi vorrei che il mio sguardo censurasse il dolore, imbottigliandolo e celandolo alla vista. In verità, i miei occhi sono una maschera fittizia, si svelano tanto genuinamente da mostrare ogni ferita più profonda. Il mio è un involucro spento, Thalia. Il mio cuore, il mio animo, il mio tempo — tutto è in cenere. Io... io sono questo luogo, vorrei gridarti. Sono le macerie che ti ritrovi intorno, le pietre spezzate e le gocce di sangue che maledicono la morte; sono il sussurro degli spettri, la litania funebre che si solleva di notte dal tetto ceduto. Io... io sono finito, penso. E mi sorprende, mi devasta. Io, che ho vissuto pienamente, mi imbatto in una verità d'inaudita perfidia. Provo disprezzo per l'identità che mi si contorce contro; disprezzo per chi io sia diventato, soprattutto per chi io non sia diventato. Mi ripeto, continuamente. Sono una processione, un corteo di memorie disfatte. Il mio è un volto ch'è stato d'incanto, e lo ricorderai. Io, che speravo d'essere un'opera d'arte. E io, che ora risulto una tela sbiadita, le intemperie del tempo profanano ogni fausto. Dov'è che sono andato?
E perché. Perché non sono riuscito a fermarmi, a tornare indietro.
Ti vedo spostarti oltre le rocce, in vicinanza. Ti vedo violare il tempo, il silenzio dell'edificio stesso. Non ho la forza di reagire, pur volendo. Dietro di me c'è una voragine, un abisso vero e proprio. Mi appare come una bocca famelica, un invito a chiudere gli occhi e... sospendermi, lasciarmi andare. L'edificio chiama anche me, è un singulto che vince l'eco. Mettere un punto d'arresto, cristallizzare la vita. D'altronde, è l'apatia l'alternativa che mi spetta. E io, benché ferito, sento tuttora d'essere destinato ad altro, di meritare l'assetto caotico dei giorni. Il mio passo è oltreconfine.
«Tu—» Tu. Tu, Thalia. La mia voce è notturna, si traduce in un rantolo. Le mie labbra dissipano ogni messaggio, crepitano in un gemito che si carica di rabbia. Tu, Thalia. Tu che mi chiami in delicatezza, tu che osi portarmi indietro. Oli, mi dici. Oli.
Ho l'istinto di ferire. Eppure, in sorpresa, mi accorgo che sia un istinto d'inganno. Io non voglio ferire te, ma me stesso. La bacchetta scivola di basso, al pari della destra che la stringe. All'altezza del petto, invero, resta la mano sinistra e la corona di biancospino. Quest'oggetto, oramai avvolto in polvere e passato, trattiene il mio sangue, il mio epilogo. Non sono riuscito a liberarmene, neanche una volta. C'è un'ondata di dissapore che mi catapulta altrove: tu, che mi parli della tua famiglia; mi dici che stiate bene, tutti voi. E io, che ho concretizzato l'incubo, dovrei sentirmi sollevato. Dovrei avere... misericordia, almeno un po'. Invece, affronto — inaspettatamente — un dissidio interiore. Mi lascia inquieto, più del previsto.
«Non è successo ancora» ti dico, un rivolo d'odio che non riguarda te, affatto; è un odio che percepisci come personale, verso me stesso: odio per chi sia stato, per cosa ti abbia fatto. Perché in questa storia io sento d'essere ingiustamente colpevole.
«Le Profezie non hanno scadenza. E poi, è ironico.» Non ti avrei mai rivolto un tono così spento, in passato. Mai, mai una volta. Io... io tento di allontanarti. Tento di respingerti, ti farti perdere la pazienza. Invoco le ombre del luogo, il tempo infranto. Voglio che tu vada via, e che lo faccia con una rabbia più tangibile: qualcosa che posso fare mia, e divorare. Il cuore ha modi inauditi per salvarsi.
«Mi hai cercato soltanto perché è finita? Se fosse accaduto, Thalia. Se fosse accaduto tutto, mi avresti rinnegato come ha fatto la mia famiglia? Sai.» Immobile, il volto granitico: è un'altra persona, che ti si rivolge in assenza. Questi... non sono io, non più come mi ricordavi. Il mio è un dolore completamente viscerale.
«In questo edificio ho perduto anche loro, tutti i Brior. Mi accusano di aver attirato l'orrore del tempo, e io... io non posso dare loro torto.»

 
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view post Posted on 24/1/2024, 21:02
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Hai ragione, ovviamente.
Le Profezie non hanno scadenza e se ti dicessi che in cuor mio sento Cordelia più vicina che mai sarei capace solamente di trascinarti nel baratro insieme a me.
Avresti ragione, ancora, e non posso dirtelo.

Ti guardo con intensità, cercando di penetrare - senza farlo con la magia - quella mente che per tanto tempo ho creduto di conoscere. Non voglio riservarti il medesimo trattamento ricevuto da Primrose, la mia prozia, quella a cui ho fatto del male pur di conoscere tutte le risposte: se lo facessi e poi te lo confessassi, scopriresti di non essere l’unico mostro in questo edificio fatiscente, abitato da spettri e paure, e di averlo creato tu attraverso quella Vista che ora detesti al punto da volerti fare del male.

«Ti ho cercato perché ti ho fatto soffrire.» ti rispondo con le lacrime agli occhi. Le lascio scorrere sulle guance per tutto il dolore che sento di averti fatto provare ignorandoti - ignorandoci, in realtà - e per tutte le cose che avrei dovuto dirti in questi anni, ma non ho potuto. Me lo impediva l’orgoglio di mantenere salde le mie convinzioni, la paura di perdere qualsiasi cosa io conosca dalla nascita e il terrore di diventare quella che sono oggi.
Ho dismesso le mie ideologie, ho capito che la magia è buona o cattiva indipendentemente dalla sua origine, ma non ho ancora perso nessuna delle persone che amo.
Ho perduto me stessa, ma questo è lo scotto da pagare per tutta la mia stupidità.
Ho vilipeso la nostra amicizia e tu ne hai patito le conseguenze.

Se ti fossi stata accanto, a quel Ballo, ti saresti sentito compreso?
Se fossi stata con te, quel giorno e in questo luogo maledetto, l’avresti affrontata diversamente?
Sono domande che mi sono posta, queste come molte altre, ma non ho la risposta né la formula giusta per aggiustare le cose. Mi sembra che le mani ti tremino per la sofferenza cui sei sottoposto, ma forse sono io a fremere.

«Lo confesso, Oli. Non sono stata una buona amica.» tiro su col naso, come una bambina, ma non asciugo le lacrime. Devono restare dove sono, continuare a scorrere se possibile. Nella mia testa esiste una lista di nomi a cui devo chiedere perdono e dare una spiegazione, poiché soltanto così posso sperare di ritrovare me stessa.
Il primo nome è quello di mio nonno: gli dovevo la scottante verità, la dimostrazione delle molteplici maschere indossate in tanti anni e l’onere di risolvere un problema più grande di me.
Il secondo nome è il tuo.
«Anzi, non sono stata tua amica per niente.» continuo, la voce un sussurro, le parole masticate dal senso di colpa e rigettate dal rancore verso me stessa. La me dodicenne si chiederebbe come sia possibile mutare così la propria essenza e le risponderei, in un gioco di specchi e riflessi, che nulla è impossibile. Ora lo so.
«Ti cercherei con ancor più forza, con un bisogno inimmaginabile, perché… tu li conosci, tu sai. Saresti l’unico a poter capire il mio dolore.» ed io comprendo il tuo.

Entrando qui non immaginavo questo, di certo non avevo preventivato il tenore di questa conversazione. Ho sentito una spinta istintiva verso questo luogo - verso te - e non ho avuto paura di proseguire il percorso. Adesso, però, inizio a dubitare di avere la forza di convincerti. Voglio che resti, ma non so se posso avere delle pretese.
«Dalla a me, Oli.» dico, tendendo la mano sinistra «Tu non riesci a farlo. Permettimi di fare questo, per te.»
La corona di spine che ti riposa sul petto, un macigno e non un semplice intrico di ramoscelli appuntiti, è il memento che non ti serve. Non me lo hai detto, ma lo percepisco da come la stringi, quasi fosse un àncora e un contrappeso insieme. «Lascia che ti aiuti.»

Ti sto pregando, maledizione.
Cedi il tuo dolore a me, perché so - oggi più che mai - che posso gestirlo per entrambi.
Se ti perdessi, qui ed ora, non mi riprenderei.
 
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Per lungo andare ho creduto che il dolore fosse una scatola chiusa, nulla di più. Ho immaginato di avere il potere, in me, di relegare il tormento all'assenza. Spegnere la memoria, accantonarla in un cassetto della mente. Disintegrarla, invero, mi è sempre stato impossibile. Imbottigliarla... è un sentiero articolato che ho cominciato, invece, ad inseguire. Per lungo andare ho creduto che il dolore fosse parte di me, che dovesse esserlo come legge di contrappasso. Io, che ho predetto la morte fin da bambino, non avrei potuto mancare di incontrarla a mia volta. Ho creduto, allora, che fosse il prezzo da pagare per aver osato spingermi oltre i confini del tempo. Per aver anticipato la fine, e screziato la vita di un punto d'arresto. Io, che porto con me le più sinistre, terribili simbologie — il pozzo, la corona di spine, lo strazio dei corvi. Forse è questo che mi spetta, non dovrei chiedere di più. Ho violato l'ordine dei giorni, spesso inconsapevolmente. Ma ci sono state volte — lo ammetto — in cui la curiosità sia stata beffarda, già assuefatta al coraggio di uno sciocco. Così, in quelle volte, ho attinto al tempo, all'Occhio stesso. Ho voluto. Ho desiderato. Ho anelato al Futuro come un viandante al porto d'approdo. Cercare risposte, fare del bene. Conoscere l'attesa, ecco cos'è che sia stato per me condanna e benedizione di pari intensità.
La differenza, però, è viscerale. L'ho compreso sulla mia pelle, a mie spese.
Io... io ho profanato il mondo. Il mio, Thalia. Il tuo. Il mondo dell'edificio, del sobborgo magico. Il mondo degli affetti più preziosi, il mondo del mio migliore amico. Vorrei dirti di aver profanato tutto, e tutti. Di aver perduto tutto, e tutti. Io, che assisto alla tua vicinanza. E che sento il mio cuore stringersi in morsa, e gonfiarsi di demoni più grandi, più forti di me. Il drappello è in discesa, è pressante: la rabbia, l'apatia, il dolore. Io, che non avrei mai voluto metterti in condizione di lasciarmi. Io, che vorrei averti con me, da me, per me. E non lasciarti più andare, e non perderti per sempre.
«Nessuno dovrebbe vedere il proprio futuro.» Diventa voce d'infante, quella che senti. Quasi ricorda un lamento, un tono vinto dall'incomprensione e spezzato dalla sofferenza. Io, che sento di crollare sotto i tuoi occhi. Catturo il peso delle tue lacrime, il valore che trattengono per me, per tutto quello che siamo stati e che avremmo potuto continuare ad essere. Tu, Thalia. Tu sei stata la mia migliore amica, la mia confidente. Sei stata il mio punto di riferimento, ancor prima che la Vista devastasse anche me. Ma... ma sei andata via. E io ti ho lasciato andare. Ho le mie colpe, lo so bene. Avrei potuto cercarti, insistere di più. Eppure. Eppure, sentirmi in difetto è stato un colpo duro perfino per me. Sentire di aver stregato anche te, in maleficio.
«Ho perduto tutti voi, Thalia.» Non riesco a muovere un singolo muscolo. Immobile, divento una statua di carne e memoria. Il mio è un sussurro, si solleva come un soffio di polvere. C'è una parte di me che è stata vinta dalla stizza, alle tue parole. Darti la corona di biancospino, invero, è una pretesa che mi lascia l'amaro in bocca. Questa... questa è parte di me, è la mia storia. Trattiene il sangue, il tempo stesso che ho versato e riversato. Trattiene il mio passato, il mio presente. Tu, che sei andata via. Tu... non puoi. Non devi. Un'altra parte di me, invece, è contraddetta. Sente di essere ad una svolta, ad una tragedia in atto. Ti ammiro, difatti, per avere il coraggio di avvicinarti così tanto a me. A prescindere dagli anni trascorsi, cerchi — di me — il legame più sottile e pericoloso. Non ha paura di questa corona di legno?
«Ho fatto cose di cui mi pento. Ho maledetto questo luogo, ho ferito il mio migliore amico con magia oscura. Ho risposto alla vicinanza con l'assenza e con la forza. La mia famiglia crede che io sia il solo responsabile, e io... anch'io lo credo. Questa.» Sollevo la corona di spine, le dita della mano sinistra si pungono sulla stessa superficie. Il mio, ora, è un rantolo che abbandona la bocca, e finalmente mi vedi in movimento. Avanzo di un passo, poi mi fermo.
«Questa è solo una decorazione di un ballo passato, ma trattiene il tempo. Ha già ferito me e tanti altri. Io... io non posso fermare la mia eredità, non posso fermare il prezzo di questa corona. Potrebbe coinvolgere anche te, di nuovo. Quindi, Thalia.» Ancora un passo, il tremito delle mie mani, della mia bocca. Io, che mi accorgo di uno spasmo incontrollato agli occhi, di una goccia, e di un'altra. Il pegno del sale sulle guance, sulle labbra. I miei occhi che parlano, e pregano, e ti gridano di metterti in salvo. Io, che sono oltre, oltre me, oltre noi.
«Quindi vai via. Salvati. Almeno tu, salvati.» Respiro, in difficoltà. Mi giro lentamente, dandoti le spalle. Potresti colpirmi, gettarmi via. Intrappolarmi. Mi inerpico lungo gli scaloni di pietra che l'edificio trattiene a stento. Ho bisogno di risalire, di tornare ai piani superiori. Il Futuro è un arcano svelato.
 
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view post Posted on 3/2/2024, 18:41
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You can take the darkness out of the man, but you can't force him to step into the light.

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Un lampo di luce verde accecante, un guizzo e un tonfo, il grido strozzato che non raggiungerà mai le corde vocali, lo smarrimento e il vuoto.

spectral, frammento


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elysium
the abode of the blessed after death
in perpetuum
hogsmeade
Trascorrono pochi secondi dalle mie ultime parole, ma quello che odo non è il silenzio. No, i suoni che permeano lo spazio sono i nostri respiri - i miei, brevi e ravvicinati, e i tuoi, che sono sospiri mascherati da bisogno di ossigeno.
Mi uccide vederti così, Oli.
Non mi sono mai concessa il lusso di chiederti come stessi dopo quel giorno, uno dei tanti che oggi rievochi con crudezza e rancore; mi sembrava di infastidirti col tedio delle domande stupide ripetute a pappagallo da me e da chiunque ti incontrasse. Ricordo i giorni successivi al tuo ricovero, dopo il Ballo, e la mia indecisione a due metri dalla soglia della grande stanza in cui ti trovavi - ancora una volta - solo. La verità, Oliver, è che mi sembrava di averti deluso e ricomparire solo in quel momento sembrava un gesto sciocco ed egoista.
Nonostante conosca la tua voce vibrante, potente al punto da portare avanti cause altrimenti perse, non mi stupisce sentirti pigolare quello che pensi davvero: sei un bambino rifiutato, ora lo vedo, e l’istinto di cingere il tuo corpo con le mie braccia, divenire riparo e conforto, mi incalza ad andare avanti. Voglio ricucire questo rapporto e, se posso, vorrei ricucire anche i pezzi dell’anima che hai perduto.

«E nessuno dovrebbe vedere il passato.» ti rispondo a mezza voce, conscia che non capirai il significato delle mie parole. Confido, però, che tu sappia che quello che sto per dire è un modo come un altro per trattenerti nel qui ed ora. «Dovremmo solo vivere il presente, non credi?»

La distanza che ci separa adesso è minima e quindi provo l’impensabile. Allungo la mano sinistra, sguarnita di qualsiasi oggetto e impedimento, e sfioro la tua che regge la bacchetta. Non è un gesto rapido, ma estremamente lento. In un certo senso, ti sto chiedendo il permesso di toccarti, Oliver, e vorrei me lo lasciassi fare.

«Anch’io sono un mostro.» aggiungo, senza staccarti gli occhi di dosso. Il mio sorriso mesto ti indurrà a pensare, forse, che stia farneticando o borbottando frasi qualunque per farti smettere con questa pantomima. La realtà è che sento il bisogno di farti vedere le ombre che ho nel cuore nella speranza che anche tu, guardando me, possa imparare ad accettare quelle che ti son toccate in sorte.
«Oliver… io…» le mie dita adesso ti sfiorano il polso, ma non sento calore emanare dal tuo corpo. E’ come se la freddezza delle parole ti fosse penetrata nella carne e nelle ossa. Il pensiero che segue è raccapricciante e non ci voglio pensare un attimo di più. «Ho fatto cose di cui mi pento, ho imparato a fare cose… di cui mi pento.»
L’emozione che provo mi sconquassa nel profondo e mi fa rabbrividire. Tra le macerie di questo luogo, tra la polvere e la carcassa della vita stessa, mi rendo conto di essere l’unica cosa viva a tenerti ancora nel presente. Non ci penso due volte a stringere gentilmente le dita su quel polso scarno. Ti tengo nella posizione in cui ci troviamo senza forzarti, ma pretendo - e lo percepisci dal mio tocco - che non ti separi da me.
«La cosa che mi spaventa di più dopo la Vista è…» umetto le labbra, cerco le parole giuste e non le trovo. Quindi sciorino la risposta così come viene. «Legilimens, Oli. Io sono una Legilimens e lo detesto. Non ci sono segreti per me. All'inizio erano voci e suoni di ricordi, pensieri... intenzioni. Poi è andata meglio, ma... non abbastanza.»

Ora capirai da te che con questa mia capacità potrei risolvere qualsiasi tuo problema: potrei estrapolare le tue memorie più dolorose, intrappolarle in fialette di cristallo e distruggerle con l’uso di una forza minima sotto la suola delle mie scarpe; potrei distorcere le emozioni legate ai momenti più tragici della tua vita e potrei persino estorcerti la verità senza chiederti il permesso. Il punto è, Oliver, che non voglio essere quella persona, anche se lo sono diventata.
«Non voglio dirti che cosa ho fatto perché me ne vergogno, ma se tu sei un mostro per aver mostrato a me e al mondo la verità, allora lo sono anche io.»
Ho gli occhi lucidi, piano piano si appannano con le lacrime che premono per uscire. Infilo la bacchetta nella tasca dei pantaloni senza smettere di guardarti: cerco una risposta alla mia confessione, un sollievo o la rabbia che potrebbero scaturire da lì e non so se vedo qualcosa.
«Io resto con te.»
Con la mano libera, finalmente, avvolgo le dita attorno all’intrico di spine che è la tua corona di re.
Sbatto le palpebre in risposta al dolore fisico, mentre la pelle morbida dei polpastrelli si buca in più punti. Non parlo e non voglio colmare questo nuovo silenzio.

Sono scesa a patti col fatto che per noi, i coraggiosi che osano, non c’è mai pace, riposo né salvezza.
Vorrei lo accettassi anche tu.

 
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view post Posted on 6/4/2024, 19:11
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Maledì tutti, dal primo all'ultimo, e incautamente si crogiolò in un tormento che mai avrebbe creduto appartenergli. [...]
«Che la vita fugga questo luogo.»

di narcisi e di fiamme, frammento


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La mia mente è un cunicolo d'ombra, in parte imprevedibile. Ha l'abilità di incastrare frammenti del passato e del futuro, in modo indistinto: credere che sia soltanto opera della mia eredità — la mia maledizione — sarebbe superficiale, forse perfino inaudito. C'è un ché di disarmante, oltre l'identità che ho raccolto negli anni. Mi gioca brutti scherzi, un tiro feroce dopo l'altro: è una memoria, poi un'illusione, infine un triste miracolo che diventa un assalto. Sei tu all'origine dell'incertezza, Thalia. Tu diventi per me pericolo, e rischio. Risvegli le verità caotiche di chi io sia stato, di chi io potrò tornare ad essere. In effetti, mi travolgi con una carezza di vento e di cenere; un contatto leggero, così intimo, che si sospende oltreconfine. Non riesco più a voltarmi indietro, non riesco più a procedere. Trovo necessario scappare ora più che mai, e il mio desiderio si fa pressante: materializzarmi, gettarmi al buio, annullarmi. Mi fa paura, questa tua vicinanza. Ancor più delle tue parole, ancor più della tua confessione. Il silenzio è una risposta, per me. Non ho voce, non più. Sei tu a tessere il momento, a portarmi ovunque tu voglia che io vada. Ovunque, Thalia. Ovunque tu voglia che andiamo, insieme. Mi stringi, di qui a breve, il polso destro. E mi chiedo quanto coraggio tu abbia ad osare tanto. Potrei ruotare la mano, evocare i più oscuri sortilegi. Tu, che mi dici di essere cambiata. Ed io, che ho seguito un sentiero analogo, versato alla condanna. Chi siamo, io e te. Perché siamo diventate le persone di oggi?
Ho l'istinto di chiederti di fermarti. Lasciami, vorrei gridare. Lasciami subito, non toccarmi. Vorrei sfidarti, assuefarmi all'isteria. Dimenarmi, allontanarmi, non vorrei altro. Eppure, sono immobile. Il mio è un crollo granitico, mi chiudo in una prigione che la memoria fortifica in un istante. Non so perché, mi torna in mente uno degli episodi peggiori degli ultimi tempi. E, benché la lista sia variopinta, il tempo si fossilizza sul volto di Penny — la mia fattura sul suo corpo, il ristagno del respiro e del cuore in difetto. Mi torna in mente, ora, come un burattino. Io, che sferzo la vita del mio migliore amico. E perché? Per aver saputo dirmi tutto quello che io non abbia mai voluto rivelare a me stesso. Per aver detto la verità, di nuovo. Da allora è distacco, tra noi. Com'è tra me e te, com'è stato per molto. Tremo, infine. Completamente.
Nessuno dovrebbe vedere il proprio passato, hai cantilenato. E io ti credo, Thalia. Forse per la prima volta, credo al tuo dolore, al percorso nefasto che hai affrontato a tua volta. E vorrei credere che sia la giustifica alla nostra separazione, il punto di ritorno tra noi. Invece, il mio è un cuore in disarmo. Ti accuso di essere andata via, di aver potuto usare le tue arti magiche, le tue abilità, per salvarmi. Per salvare entrambi, vorrei dirti. Per salvare il nostro tempo, e di tanti, tanti altri. Ho paura di te, Thalia. Infantile, invero. Paura infantile di essere tua vittima, di essere svelato. Ho segreti, con me, che farebbero impallidire gli spettri di questo palazzo.
«Guardami il polso.» La mia voce è spezzata, di nuovo. Non si riforma, non si stabilizza. Quasi è incompresa, nel riverbero di una pausa che ha seguito la tua rivelazione. Per molti, infiniti istanti è come se non fossi scomparso per davvero. Non ti rispondo, non reagisco; non apro bocca, benché tu continui a stringermi la mano destra e io continui a tremare. Il tuo dolore si riversa sulla mia pelle, è una serpe malefica. Tu sei veleno, Thalia. E ne ho bisogno fin nel profondo.
«Guarda come il tempo si prenda gioco di noi.» Oltre la manica di un tessuto sporco di cenere, polvere e sangue, svetta la pelle nuda: sul polso, sottile, c'è una cicatrice che ricorda una giravolta, una danza di bambino, o forse un tribale. Ma è vivida, è più rosea della carne stessa; è una spirale contorta, che non è mai andata via. Avresti potuto afferrarmi per le spalle, per il braccio, per l'altra mano. Avresti potuto immobilizzarmi: con la magia, con la forza, con la mente. Hai scelto il polso destro.
E la casualità è un campanello d'allarme. Lo è sempre stata per me.
«Mia nonna la chiama Spirale del Veggente, è l'unico segno che accomuna entrambi in famiglia. Tu invochi il tempo, Thalia. Lo pretendi, lo attiri a te. Capisci perché io voglia allontanarmi? Forse credi sia per ripicca, per vendetta. Ora è solo per salvarci, perché a dispetto degli anni e di quanto ci sia accaduto, tu sei sempre stata una costante per me.» Credo... credo sia la prima volta che la voce mi esca tanto sottile, così flebile. E di certo è la prima volta, oggi, che sfumi in una spina di dolcezza; c'è dolore, e c'è nostalgia. E tu sei in entrambe. Sollevo, infine, il volto sì da cercarti. Voglio guardarti, così da parlarti come non ho mai fatto fino ad ora.
«Riesci a controllarla?» Non mi porto indietro, la mia mano è attorno le tue dita.
«Le voci, le memorie, i pensieri degli altri. Riesci a controllare tutto?»

 
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